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Assicurazione cani e gatti: conviene farla e quanto costa?

Un vademecum per avere un quadro generale completo prima di scegliere il profilo più adatto alle esigenze di pet e padrone

Quando si adotta un animale domestico sono sempre molti i dubbi su quali siano le scelte più opportune per una convivenza piacevole e pacifica; una delle domande che ricorrono più frequentemente riguarda l’eventualità o no di stipulare una polizza sull’amico peloso. Le assicurazioni stanno infatti aumentando esponenzialmente di numero parallelamente alle tante adozioni che si sono registrate anche e soprattutto durante la pandemia da Covid 19. Dal rapporto Assalco Zoomark 2021, che fotografa le tendenze del mercato italiano legato agli animali domestici, emerge che attualmente i cani e i gatti sono più di 16 milioni, di cui 2 milioni adottati nel corso dell’anno. Davanti a numeri così alti, muoversi nel labirinto delle assicurazioni per i nostri cani e i nostri gatti può sembrare difficoltoso ma in realtà non è così. Ormai sono talmente tante le proposte che risulta davvero difficile non trovare il profilo che meglio si adatta alla situazione di ognuno. Nonostante ciò, l’assicurazione resta quasi un tabù per molti padroni che non considerano questa eventualità come una risorsa; spesso si pensa che sia solo un inutile dispendio di denaro trascurando che, a fronte di una spesa proporzionalmente esigua, è possibile risparmiare cifre molto più consistenti per eventuali danni a terzi causati da Fido e Micio.

Cosa c’è da sapere

Prima di tutto bisogna specificare che l’assicurazione non è obbligatoria per nessun tipo di animale. Fino a qualche anno fa esisteva una legge che, basandosi su una lista di razze canine cosiddette “aggressive”, richiedeva ai padroni una assicurazione per la copertura di eventuali danni arrecati a terzi. Tale lista, largamente criticata sia dall’ENCI che dall’Associazione nazionale medici veterinari italiani, è stata poi annullata insieme alla abrogazione della legge stessa nel 2009, essendo stata ritenuta, la suddetta lista, non fondata su basi scientifiche. È stato infatti dimostrato che non esiste alcuna relazione tra aggressività e razza e che, piuttosto, gli eventuali disagi comportamentali dell’animale sono da ricercarsi nell’educazione impartita dal padrone. A oggi resta comunque obbligatoria l’assicurazione su specifica richiesta del veterinario che ha in cura il pet: se il medico ritiene che vi siano ragioni tali da mettere in pericolo la convivenza dell’animale con l’ambiente circostante, il padrone dovrà procedere con l’assicurazione.

Costi e massimali per essere informati al meglio

Escluso questo caso, l’assicurazione del cane o del gatto resta una libera scelta. Ma quali sono i costi? Per assicurare il proprio animale bastano circa 100 euro all’anno ma la spesa potrebbe essere anche più bassa (la base di partenza è di circa 50 euro annui). A fare la differenza di prezzo sono: la tipologia di animale, la razza, l’età e la zona di residenza. L’assicurazione copre solitamente le spese veterinarie, i danni a terzi e la tutela legale. Tutto può essere concordato al momento della stipulazione. Molte agenzie offrono anche dei plus come, ad esempio, un’assistenza veterinaria telefonica continua. Quando si decide di stipulare l’assicurazione non bisogna trascurare il massimale che, anche in questo caso, stabilisce la soglia di copertura delle spese o rimborso nei casi che lo prevedono. Infine, quando si usufruisce di una assicurazione è fondamentale il rispetto assoluto della legge con uno scrupolo ancora maggiore del normale. Questo, in parola povere, significa che l’assicurazione non rimborserà un danno causato a terzi se, ad esempio, il nostro pet non è al guinzaglio in una zona pubblica dove è previsto tassativamente che lo sia. Ciò vale anche per tutti gli altri casi come quelli che prevedono l’utilizzo della museruola e, più in generale, tutto ciò che regola la corretta condotta di cane e padrone nella società civile.

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Animali in condominio: come gestirli al meglio

Cosa dice la normativa e cosa dettano le regole di buon vicinato? Ecco tutto quello che c’è da sapere per una convivenza pacifica e serena tra condomini e pelosetti

La condivisione dello spazio abitativo con il proprio pet è un diritto tutelato dalla normativa che concerne il possesso di animali domestici all’interno di un condominio, nello specifico si fa riferimento a ciò nell’articolo 1138 del Codice civile, ultimo comma. Ma, se pure la legge è dalla parte dei possessori di cani, gatti e NAC, resta fondamentale l’utilizzo del buonsenso affinché la convivenza tra umano e pelosetto sia pacifica e tranquilla. Questo significa che è necessario attenersi scrupolosamente al regolamento stabilito dal condominio stesso, soprattutto per chi possiede un cane che dunque sarà più portato a seguire le regole di buona condotta negli spazi comuni, dovendo uscire più spesso per i fisiologici bisogni di Fido in confronto a Micio. Va detto che il regolamento condominiale non può essere tale da annullare la norma e quindi vige il principio di sussidiarietà a patto che non vi sia interferenza di applicazione che non tenga conto dei diritti di animali e padrone. Che significa in parole povere? Che il condominio può dare delle direttive comportamentali seguendo l’iter burocratico come, ad esempio, la compilazione degli argomenti dell’ordine del giorno da discutere in assemblea, ma che queste non possono scostarsi da quanto prescritto dal Diritto Civile in materia.

L’ABC della buona convivenza

Prima di tutto è necessario che il pelosetto sia sempre accompagnato dal padrone e che indossi la museruola in ascensore e negli spazi comuni come l’androne delle scale e il pianerottolo. Il guinzaglio, non più lungo di un metro e mezzo, deve essere sempre utilizzato negli spazi comuni compreso il verde condominiale che non è (ricordiamo) una zona di gioco. E quando il cane abbaia troppo? A meno che non vi siano casi davvero particolari come delle patologie o situazioni di maltrattamento che verranno appurate dall’ASL di competenza, è naturale che un cane abbai e, si presume, sia altrettanto naturale l’applicazione di un minimo di elasticità per il vicino di appartamento. Dipende dalle situazioni e dai casi: un continuo abbaiare minaccioso o ululare certamente potrebbero essere sintomatici di un disagio più profondo che andrà senz’altro valutato. Similmente anche in casi di dubbia igiene sarà opportuno rivolgersi alle autorità di competenza per i provvedimenti del caso. Situazione senz’altro diversa per chi possiede un gatto, notoriamente più attaccato alle pareti domestiche e certamente più silenzioso. Ciò non toglie che anche Micio e padrone debbano attenersi a determinate regole soprattutto negli spazi comuni dove ci si potrà spostare con il cosiddetto trasportino o con il nostro pelosetto al guinzaglio o in braccio anche per evitare che scappi. Norma di buon vicinato, oltre che di corretta igiene e decoro (valida per i possessori di tutte le razze canine, feline e oltre) quella di non sistemare cucce, giacigli o riproduzioni di habitat in spazi condivisi come terrazzi, cantine, giardini.

Animali non convenzionali e casi particolari

A tale proposito, introduciamo un riferimento alla gestione dei cosiddetti animali non convenzionali raggruppati sotto l’acronimo di NAC: per queste specie non vi sono regolamenti come per i cani e i gatti anche perché è cosa nota che per la maggior parte di queste specie, sono richieste predisposizioni ad hoc dell’intero nucleo abitativo che difficilmente si concilia con una struttura di tipo condominiale. Tali animali in pratica devono essere gestiti senza mettere in pericolo la salute e l’incolumità degli altri condomini, specie in riferimento ad animali piuttosto inusuali come potrebbero esserlo i serpenti, per fare un esempio. Resta fuori discussione la sacrosanta, libera facoltà di ognuno di scegliere il proprio pet del cuore ma sempre in linea con le leggi per la salvaguardia della specie e del prossimo, in merito alle regole del buon vicinato. Discorso diverso, ovviamente, se il padrone di un’iguana, ad esempio, vive in una casa indipendente che consentirà, naturalmente, di gestire al meglio il proprio animale pur dovendo scrupolosamente sempre rispettare la legge in materia di questa particolare tipologia. Infine, assodato che il possesso di un animale da compagnia in condominio è un diritto, esiste una casistica che lo vieta: si tratta di contratti di locazione preventivamente stipulati. Ciò significa che, al momento della stipulazione di un contratto di affitto, vi potrebbero essere delle clausole che vietano all’affittuario la detenzione di un animale domestico, sia esso un cane, un gatto o un animale non convenzionale.

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Come affrontare la perdita del proprio animale da compagnia?

Cosa dice la psicologia? Come applicare la teoria delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto a una nuova quotidianità?

La perdita del proprio animale d’affezione crea sempre uno stato di disorientamento che, inizialmente, può sembrare un dolore insormontabile. Solo una reale elaborazione del lutto può consentire di superare con gradualità il difficile momento. Non esiste una logica oggettiva che vada bene per tutti: ognuno ha bisogno dei propri tempi e ha necessità di assimilare completamente quanto accaduto. Le fasi sono le stesse che vengono affrontate quando viene a mancare una persona cara (sia per una separazione o per un lutto vero e proprio); è poi così diverso il sentimento che si prova per il familiare peloso? Senza contare il grande amore incondizionato che si è ricevuto in ogni momento di vita condivisa. Ecco quali sono le cinque fasi da attraversare elaborate dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross nel 1969 e che, da allora, sono il riferimento per un supporto che consenta di superare un momento difficile come la dipartita di un affetto importante.

Negazione (denial and isolation). La prima fase dell’elaborazione del lutto consiste nella negazione di quello che è accaduto. Molto dipende anche dalla situazione che ha portato alla perdita: solitamente un avvenimento inaspettato e prematuro provoca una rottura ancora più significativa della routine, per quanto resti sempre un profondo dolore anche quando il nostro animale ci lascia dopo una lunga e felice vita trascorsa fianco a fianco. Inizialmente vi è proprio un rifiuto dell’accettare l’accaduto anche se si è pienamente consapevoli della perdita.

Rabbia (anger). È il momento in cui ci si chiede per quale motivo si stia soffrendo, perché si viva una situazione così dolorosa da cui non ci si può sottrarre e che, anzi, si è costretti ad attraversare completamente. La fase della rabbia spesso identifica questo stato d’animo con una persona che sovente viene incolpata del disagio. La rabbia deve però essere correttamente canalizzata e possibilmente “scaricata”. Una buona soluzione potrebbe essere quella di dedicarsi a una attività fisica come la corsa che è notoriamente un utile anti-stress.

Patteggiamento (bargaining). La mente desidera riprendere in mano la situazione. Ci si guarda attorno con la speranza di recuperare un certo benessere, valutare quello che si può ricostruire anche attraverso la creazione di nuove situazioni sociali che possano relativamente allontare dai vecchi ricordi. Si tratta pur sempre di una fase alterna in cui ci sono ricadute. Un’ottima idea potrebbe essere dunque quella di frequentare persone che prima si incontravano di rado o persino farsi nuove amicizie.

Depressione (depression). In questa quarta fase ci si sente ancora molto tristi nonostante alcuni tentativi di rinascita. Si possono verificare momenti alterni di stati d’animo: ci si può sentire relativamente sereni ma subito dopo più nervosi e irritabili e si possono spesso avvertire malori fisici come emicrania e insonnia. Durante la depressione può capitare anche di registrare un aumento o diminuzione di peso. La quarta fase inizia a far prendere reale coscienza, se pure attraverso la sofferenza, di quanto è accaduto; si è più consapevoli della perdita e la si vede meno sfocata mentre si inizia a catalogarla tra le cose che compongono il bagaglio di esperienze vissute.

Accettazione (acceptance). È arrivato il momento di metabolizzare il percorso che ha condotto alla fase finale in cui si inizia concretamente a comprendere quanto accaduto e a vederlo sotto un punto di vista meno emotivo. Rimane pur sempre una fase in cui si alternano momenti buoni e momenti che lo sono meno ma, in linea generale, l’individuo si sente pronto a riprendere in mano la propria vita in maniera più serena. Si fanno nuovi progetti che vengono visti come stimolanti sfide.

L’elaborazione del lutto è importante per assimilare in modo completo un fatto doloroso come la perdita del proprio animale d’affezione. Ognuno attraversa questa fase delicata della vita in maniera personale. Non esiste una regola tantomeno bisogna affrettare le cose: il tempo, come sempre, sarà l’alleato migliore per provare a uscire da una situazione amara. Non bisogna inoltre esitare a chiedere aiuto al proprio medico che fungerà da guida e, all’occorrenza, indirizzare il paziente presso il professionista più qualificato.

Una nuova adozione può alleviare il dolore della perdita? Anche in questo caso si tratta di una decisione del tutto personale che può prendere esclusivamente il diretto interessato. Non sono pertanto ammesse interferenze, se pure in buona fede, di familiari e amici che spingano a far entrare un nuovo cucciolo in famiglia. La scelta spetterà al padrone che saprà capire se e quando adottare un pelosetto da coccolare e a cui affezionarsi senza proiettare il ricordo dell’animale che è mancato. Una nuova adozione può essere una grande opportunità per intraprendere un percorso altrettanto bello e ricco di affetto reciproco tra animale e padrone ma nell’ottica di una nuova amicizia che non sostituirà il ricordo di quella passata e che, allo stesso tempo, sarà una valida opportunità per costruire altrettanti momenti felici.

Questo articolo non ha alcun fine terapeutico. Qualora vengano riscontrate problematiche più gravi è opportuno consultare il proprio medico per una idonea anamnesi.

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